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Bacco e Arianna (Tiziano) |
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L’arte nel vino il vino nell’arte |
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Bacco (Caravaggio) |









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Niente di nuovo dunque. Ancora oggi infatti le due tecniche di produzione sono ugualmente in uso. Il metodo champenoise consiste nel far avvenire la reazione chimica in bottiglia. Al vino viene aggiunto il liqueur de tirage, una miscela di zucchero e lieviti selezionati. Le bottiglie vengono poi messe a riposare in posizione inclinata e vengono periodicamente ruotate. Al termine del processo chimico c’è la sboccatura. Dal tappo in plastica sono eliminate le fecce. Si mette poi il liqueur d’expedition, la cui ricetta segreta determina il sapore dello spumante. Si chiude con un tappo in sughero e via con l’etichetta. Il sapore dipende dal lievito che determina “le perlage” e “le liqueur”. Il gusto varia da marchio a marchio, dunque. Nascono secondo questo procedimento i brut, gli extra dry, i secchi, il demi-secco abboccato ed il dolce. Con la ri-fermentazione in autoclave i sedimenti dei lieviti vengono espulsi per filtrazione isobarica. E’ questo il metodo Charmat. Meno costosi dei primi, gli spumanti prodotti così giustificano il loro prezzo per una minore incidenza della manodopera ed una lavorazione più rapida. Si ottiene così è il Moscato ed il Prosecco. Questo è lo spumante italiano che sta riscuotendo più successo sui mercati mondiali. Sembra infatti che le esportazioni di questo prodotto nazionale aumenteranno per la fine del 2007 del 24%. Un mare di bollicine verdi, bianche e rosse… si fa per dire, inonderanno le tavole di Stati Uniti e Germania. Un bel successo per lo spumante Made in Italy. Una vittoria sullo Champagne, il rivale francese. E cosa sorprendente… anche i cugini d’oltralpe stanno imparando ad apprezzare i nostri spumanti. Et alors.. cin cin, mes chères! |





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Omero Odissea
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Allegria, allegria, allegria! Diceva un noto presentatore televisivo. Le feste stanno arrivando. Stappiamo la bottiglia “con il botto”e facciamo uscire le bollicine nell’aria. Proprio così! Oramai lo spumante è sinonimo di gioia condivisa. Si pone come ospite indiscusso sulle tavole imbandite per ogni tipo di celebrazione. Si affianca come cavaliere alle dolci prelibatezze che aprono o chiudono un appuntamento… da ricordare. Dolce o brut che sia, la nostra bevanda ha origini lontane. Sembra che Cleopatra lo abbia offerto a Cesare in un festoso banchetto in suo onore. Che i romani conoscessero il metodo per ottenere il vino frizzante chiamato “spumans” ne abbiamo testimonianza in autori illustri. Da Virgilio a Properzio, oppure Lucano. Sappiamo così che i nostri padri avevano scoperto la tecnica della fermentazione ritardata per creare le “bullulae”. Nelle epoche successive il metodo per ottenere quei vini, che nel Medioevo erano definiti mordaci, ruspanti o piccanti, continuò ad affinarsi. Il nostro paese rimase nel solco della tradizioni operando sempre sul mosto custodito nei tini. I cugini francesi invece, quelli che rivendicano l’invenzione dello Champagne, operarono solo una particolare innovazione. Don Perignon, frate leggendario dell’omonima regione a centocinquanta chilometri dalla capitale da cui prende nome la bevanda, cominciò a mettere il dolce mosto nelle bottiglie di vetro. Le chiuse con tappi di sughero, capaci di resistere alla pressione della ri-fermentazione. In esse avveniva la reazione chimica che produceva le bollicine. |